Ritratti senza veli, ammiccamenti e pose osé del XIX
secolo offrono al pubblico un viaggio nella fotografia
erotica della Belle Epoque tra buchi della serratura,
immagini tridimensionali e stereocoppie.
Quando iniziò la prima fioritura della fotografia, tra il
1830 e il 1840, la sua funzione principale era considerata
la produzione di ritratti degli individui.
I fotografi
percepivano però che esisteva un mercato emergente
al di fuori del ritratto.
Nacque così il commercio di
fotografi e che ritraevano sculture, architetture, strade,
paesaggi e, finalmente, nudi.
Nella prima metà dell’ ‘800,
il nudo costituiva, assieme al ritratto e al paesaggio, uno
dei soggetti preferiti degli artisti.
Così anche il nuovo
mezzo espressivo, la fotografia, riprese questi temi.
Il
tema del nudo ha sempre esercitato un particolare
fascino sugli artisti e sul pubblico e da sempre la
rappresentazione della figura umana è, per eccellenza,
l’esercizio di maggior prestigio nell’ambito dell’arte
figurativa.
Con numerosi pretesti, poi, come la danza,
lo sport, l’esotismo e le scienze, il nudo fotografico, nato
con un intento erotico, diventava pubblico e veniva
introdotto “in società”.
Da qui alla terza dimensione
il passo fu breve.
La tridimensionalità della visione
aggiunge alla foto una sensazione di maggior verità, la
sensazione di poter quasi toccare l’oggetto raffi gurato.
Sebbene all’origine la fotografia tridimensionale fosse un
oggetto costoso da realizzare e da acquistare, essa ebbe
una rapida diffusione.
La richiesta sempre più ampia di
copie a scala ridotta di opere d’arte e di ritratti rifletteva
l’esistenza di un mercato “borghese” in rapida crescita.